Ca’ Pelletti: il museo della finzione, cappuccino compreso

Il filone vecchia Bologna o vecchia Romagna (e “l’etichetta nera” in questo caso ci sta tutta) produce una serie davvero impressionante di mostri. Ca’ Pelletti, l’anonimo bar ristorante adagiato sulla sonnacchiosa via Altabella, a due passi dalle Torri, non fa eccezione.

Visto da fuori ha un’aria quasi invitante, anche se la totale assenza di avventori al suo interno dovrebbe farci insospettire. Sicuramente è un locale che lavora molto a ora di pranzo, ma ogni bar nei dintorni a quest’ora della mattina si riempie di calore e chiacchiere umane. La sensazione più forte che proviamo è quella di essere finiti in un museo della finzione: immagini di vecchi casolari di campagna, ritratti di anziane donne che tirano la sfoglia, gli immancabili cappelletti, ricette anticate. Perfino i tavoli hanno dei finti segni del tempo sui ripiani. Per non parlare poi dell’ingresso della toilette, dove campeggia un imbarazzante cartello che recita: “bagno di Romagna”.

L’unica cosa davvero simpatica è una frase di Ugo Tognazzi messa sotto vetro: “l’uomo mangia anche con gli occhi, specie se la cameriera è carina”.

Stiamo levando spazio alla colazione, e ce ne rendiamo conto. Il problema è che c’è ben poco da dire. Il cappuccino ha una schiuma superficiale, con ogni probabilità attaccata con l’adesivo su una brodaglia color sabbia nella quale potrebbero benissimo galleggiare dei tortellini. La brioche al cioccolato è però buona e croccante, ma il danno oramai è fatto: ci guardiamo negli occhi e pensiamo che le altre brioche siano troppo uguali a quelle appena mangiate per essere state prodotte da una mano umana.

Servizio mediocre, visto che le salviette sono state dichiarate fuorilegge. Forse perché nella vecchia Romagna ci si puliva con il polsino della camicia.


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